Google Core Update di dicembre: perché questa volta conviene rallentare (e osservare meglio)

Google core update

Google ha avviato il rollout del Core Update di dicembre, e come spesso accade in queste fasi iniziali, le SERP stanno mostrando segnali di nervosismo. In alcune nicchie più di altre. I primi movimenti sono evidenti soprattutto nei settori dove l’intento di ricerca è ambiguo o ibrido, e questo è già un primo indizio interessante: non siamo davanti a un update “meccanico”, ma a un aggiustamento profondo nella capacità del motore di interpretare cosa l’utente stia davvero cercando.

Il rollout, secondo le comunicazioni ufficiali, potrebbe durare fino a tre settimane. Un dettaglio che molti sottovalutano, ma che dovrebbe suggerire prudenza: giudicare l’impatto di un core update dopo pochi giorni è quasi sempre un errore.

Core update o aggiornamento continuo?

Negli ultimi mesi è emersa una tendenza chiara: gli update “minori” – quelli non annunciati o appena accennati – stanno producendo effetti comparabili, se non superiori, ai core update tradizionali. Questo rafforza l’idea che Google stia ormai operando in una logica di ottimizzazione continua, più che per salti discreti.

In altre parole: il core update non è più l’evento, ma solo il momento in cui Google rende visibile un lavoro che in realtà non si è mai fermato.

Qui c’è un primo punto da mettere in discussione:
👉 quanto ha ancora senso attribuire ogni calo o crescita a “quel” core update specifico?
In un sistema che affina costantemente la valutazione dell’utilità dei contenuti, la causalità diventa molto più sfumata.

La volatilità nei settori YMYL: un segnale, ma non una sentenza

Negli ultimi sei mesi, diversi strumenti di analisi SERP hanno mostrato un aumento sensibile della volatilità nei settori YMYL (Your Money, Your Life), con oscillazioni mediamente superiori rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Questo rende più difficile distinguere tra:

  • fluttuazioni fisiologiche,

  • aggiustamenti algoritmici progressivi,

  • reali penalizzazioni strutturali.

Il rischio, qui, è interpretativo: un calo non è automaticamente un errore, né tantomeno una “punizione”. In molti casi è solo il sintomo di un ribilanciamento temporaneo.

Il vero problema: i tempi di recupero

Un dato empirico – più che ufficiale – continua però a emergere:
i siti colpiti duramente da un core update raramente recuperano subito, anche quando si interviene correttamente su qualità, contenuti e utilità.

Spesso il recupero avviene uno o due update dopo. Questo pone una domanda scomoda ma necessaria:

👉 Google sta valutando il miglioramento reale dei contenuti… o la loro stabilità nel tempo?

È possibile che il sistema abbia bisogno di più segnali longitudinali per “fidarsi” di un sito che è stato riconsiderato negativamente. Se così fosse, molte strategie SEO troppo reattive rischiano di fare più danni che benefici.

Analizzare chi sale, non solo chi scende

L’approccio più sensato, in questa fase, non è fissarsi sul calo, ma osservare chi cresce nello stesso momento. Incrociare i dati di ranking – ad esempio con Ahrefs o strumenti analoghi – e confrontare pagina contro pagina è spesso illuminante.

Negli ultimi update emerge un pattern abbastanza coerente:

  • contenuti con informazioni originali,

  • presenza di immagini o video autentici, non stock,

  • segnali di esperienza diretta dell’autore.

Alcuni studi di settore indicano che le pagine con asset multimediali propri hanno registrato incrementi di visibilità significativi negli update recenti. Non è solo una questione estetica: è una prova implicita di “essere stati lì”, di aver fatto davvero ciò di cui si parla.

L’elefante nella stanza: Gemini 3

È difficile ignorare il possibile legame con Gemini 3. Se il modello è effettivamente più efficace nel comprendere contesto, sfumature e intento, è plausibile che stia già influenzando – direttamente o indirettamente – i sistemi di ranking.

Oggi oltre il 60% delle query presenta un intento ibrido: informativo + commerciale, esplorativo + transazionale, ecc. Un miglioramento nella disambiguazione di questi intenti può ribaltare molte SERP senza che “nulla sia tecnicamente sbagliato” nei siti che scendono.

Qui vale la pena ribaltare la prospettiva:
👉 non sempre chi perde visibilità è peggiorato; spesso è chi sale ad essere diventato più utile per quell’intento specifico.

La domanda giusta da farsi (e quella sbagliata)

La domanda sbagliata è:

“Cosa devo sistemare per tornare come prima?”

Quella giusta è più scomoda:

“Se fossi un utente, perché dovrei scegliere il risultato che mi ha superato?”

È più chiaro?
Più concreto?
Più umano?
Risolve meglio il problema reale dietro la query?

Finché non si risponde onestamente a queste domande, qualsiasi intervento rischia di essere cosmetico.

Conclusione: meno panico, più osservazione

In questa fase, trarre conclusioni affrettate è probabilmente l’errore più grande. Attendere almeno metà rollout prima di valutare l’impatto reale non è attendismo: è metodo.

Il SEO del 2025 non premia la reazione impulsiva, ma la capacità di leggere i segnali deboli, capire dove Google sta spostando l’asticella dell’utilità e adattare i contenuti di conseguenza, senza snaturarli.

Chi riesce a fare questo lavoro ora, probabilmente non recupererà domani.
Ma sarà molto più solido al prossimo update.

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